Continua la nostra indagine
all'interno di quel paradiso di libertà e diritti che è diventato l'Iraq dopo quattro anni di guerra
preventiva o, come ci hanno voluto far credere qua nel bel paese, di missione di pace. (Poi qualcuno
ci spiegherà quale missione di pace è in grado di fare più di un milione di morti in quattro anni).
Oggi vogliamo parlare di uno dei cardini della democrazia e della libertà di espressione e di pensiero: la
libertà e l'indipendenza dei giornalisti.
Ora, è pur vero che da noi (inteso come mondo occidentale, riferirsi all'Italia sarebbe troppo riduttivo)
la libertà d'informazione e, soprattutto, l'indipendenza degli organi di informazione stanno diventando
sempre più un'utopia ma, da inguaribili ottimisti, speravamo, che almeno in Iraq si compiesse uno sforzo,
quanto meno di facciata, per garantire una certa indipendenza ai report iracheni.
Ebbene, le truppe della coalizione, alle quali la situazione è palesemente sfuggita di mano, hanno deciso
ben bene di compiere sporadiche, ma costanti incursioni “punitive” nelle sede degli organi di informazioni irachene.
Seguendo l'esempio di quel prototipo di libertà e democrazia che erano le nostrane camice nere, i bravi
soldati americani, ricordano ai giornalisti iracheni quale
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sia la campana da ascoltare e da assecondare.
L'ultima di queste “democratiche scorribande” si è svolta
contro il sindacato dei giornalisti iracheni situato al centro di Baghdad.
Dieci guardie armate sono state arrestate, 10 computer e 15 piccoli generatori
elettrici destinati a famiglie di giornalisti uccisi sono stati sequestrati
(che servano per alimentare la zona verde di cui abbiamo parlato la settimana scorsa?)
“I messaggi degli americani sono stati molti, ma noi li abbiamo rifiutati tutti”,
ha detto all’IPS Youssif al-Tamimi, dell’ISJ di Baghdad. “Hanno ucciso nostri colleghi,
chiuso diversi giornali, arrestato centinaia di noi, e ora ci stanno sparando al cuore,
attaccando i nostri quartier generali. Questa è la libertà di parola che abbiamo ricevuto”.
Vogliamo concludere con una riflessione: dove sono i nostri media? Perchè una notixzia
del genere non è stata riportata da nessun organo d'informazione?
Provando marzullescamente a darci una risposta, potremmo dire che: con i nostri media,
gli americani non hanno nemmeno più bisogno di far vedere i muscoli, ormai da decenni
abbiamo donato la nostra anima, la nostra identità, all'amico americano.
Simone Marchi
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