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Nel tempo dell'inganno universale...
dire la verità è un atto rivoluzionario!

Giovedì 26 aprile 2007, N° 11, pagina 5

ControRete :: Censura in Australia


Sydney - Che in Australia la censura sia di casa non è certo un mistero. Non stupisce infatti che nelle prossime settimane il governo federale, supportato dall'assemblea regionale del New South Wales, voglia varare nuove normative che consentirebbero la censura di qualsiasi materiale i cui contenuti possano ispirare, anche in maniera indiretta, la propaganda terroristica. A giustificare queste misure, secondo il procuratore generale Philip Ruddock, vi è il reale pericolo che i minori, e i bambini in particolare, entrino in contatto con filmati pericolosi. L'esempio è quello di un video diffuso da integralisti islamici facenti capo a Feiz Mohammed, che secondo le autorità potrebbe indurre i giovani a compiere atti violenti tipici dei tristemente noti kamikaze jihadisti. Fino ad ora questo video non aveva ricevuto particolare attenzione, tanto che l'Ufficio di Classificazione Letterario e Cinematografico

non ha imposto divieti rilevanti, consentendone la visione a tutti. Ruddock ha raccomandato che la riunione per discutere i preamboli della legge, recentemente programmata per luglio, fosse anticipata a venerdì. "Mi sembra opportuno procedere velocemente" ha detto il procuratore, che si domanda per quale motivo quel filmato non sia stato censurato, dato il "messaggio" che a suo dire contiene. Ma Ruddock e il Governo non sono da soli. La revisione dei metodi della commissione di censura dell'Ufficio di classificazione è auspicata anche dal presidente dei deputati ebrei australiani Vic Alhadeff, secondo il quale la procedura si sarebbe resa necessaria in ogni caso, anche se il video incriminato non fosse mai venuto alla luce. Se fino a poco tempo fa la censura australiana agiva con tempi lunghi, ora è alle viste un deciso cambiamento di rotta
Giorgio Pontico






Hanno collaborato: Angelo Quattrocchi, Simone Marchi, Giselle B, Stefano Marsiglia, Silvia Ianniello Letizia Rosati, Mauro Orrico, Romano Nobile, M.R.



A tutti voi dall'altra parte del monitor:
Arrivederci a mercoledì prossimo


SOMMARIO
pag.1
ControPolitica: Segolène e Sarkozy

Cosa succede alla Malatempora

pag.2
ControPolitica: Iraq: crisi di governo = democrazia
ControCultura: L'harem di Berlusconi
ControCultura: Ratzinger ha compiuto 80 anni
pag.3
Calcinculo: Italiani: prrrrr!
Bloggers: La Lupa Monichina
pag.4
ControCultura:
Vita da libraia
Libri sì, Libri no
RadioLibere: Novaradio
ControCultura :: Indagine A.R.E.S.
Le società offshore nel mondo sono circa 680.000; i trust sono 1.200.000. Le banche con agenzie nei paradisi fiscali: circa 10.000. Le banche italiane: 320 (sparse in 30 paesi). I Gruppi controllati da banche italiane: 117. Il 50% (112 su 250) delle società italiane quotate in borsa e il 22% (22 su 88) dei gruppi bancari italiani hanno partecipazioni di controllo su società residenti in paradisi fiscali. La promozione dell’offshore e la diffusione dell’idea di paradiso come mezzo idoneo di elusione ed evasione fiscale, avviene in misura abbastanza massiccia anche e soprattutto attraverso centinaia di siti web. Vi sono siti, molto frequentati da clienti danarosi, che si preoccupano di spiegare i meccanismi dell’offshore, di illustrarne i vantaggi e addirittura di fugare le obiezioni di carattere morale che potrebbero angustiare i potenziali fruitori. Ecco una perla dal sito www.tradwest.com che potremmo definire “coda di paglia”: “molte persone sono evidentemente contente di vivere in Nazioni (vedi Italia) in cui il loro patrimonio è esposto a continui attacchi, è una loro scelta e non si discute. Esistono anche



Evasopoli
A.R.E.S.

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persone che lasciano il loro paese per sfuggire ad una tassazione esagerata. Spostare offshore i propri capitali significa attuare una via di mezzo. Non c’è nulla di immorale nel voler proteggere i risparmi ed i guadagni di una vita in modo che la propria famiglia ne possa beneficiare in futuro. Inoltre le pratiche offshore sono all’ordine del giorno anche per molte aziende , senza che nessuno si sia mai posto il problema della “moralità” di tali soluzioni. In fondo, se esiste gente in grado di investire, creando anche posti di lavoro, lo si deve spesso al fatto che queste stesse persone o aziende operano offshore reinvestendo i loro maggiori utili nella comunità, creando ulteriore ricchezza. Ad esempio molti dei soldi investiti in fondi comuni, sono gestiti attraverso strutture offshore e grazie a queste, i guadagni dei risparmiatori sono più alti ( o più spesso si dileguano). Che c’è di immorale?”

tratto da "Evasopoli"