È una donna magra, a suo modo sorridente. La gonna leggera le svolazza sopra i ginocchi stropicciati.
Lo sguardo è distante e diritto, incastrato in qualcosa di poco chiaro.
È assurda la sua spettinata compostezza: ci vedo un affanno terminato da poco, superato a stento, e una
stanchezza molle, rassegnata ad attendere il prossimo attimo di pace.
La guardo, e mi piace quel che vedo: un passeggiare attento fra le cose e le persone.
Penso alle esistenze silenziose, che non sbraitano per strada, non saltano la fila, non salvano il mondo.
Penso alla loro normalità, per molti mostruosa, e me ne lascio innamorare.
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Penso a un romanzo che racconta storie simili, di difficoltà reali, brutali, antiestetiche; di un senso, cercato eppure imprevisto, che rischiara tutto per un attimo, come un fuoco, e poi scompare, lasciando il buio e il silenzio di prima, e la nostalgia di sé.
La donna si avvicina, fa per parlare, e mentre penso a quel libro le sue labbra ne pronunciano il titolo: “Brucia Troia”, Veronesi.
È un istante perfetto, che miracolosamente si tiene in equilibrio. Da qui, finalmente, anch’io vedo con chiarezza quanto senso abbia, e quanto bella sia, la mia “normalissima” vita da libraia.
Silvia Ianniello
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