Un cliente anziano, tondo e canuto, il gomito poggiato sul banco informazioni e
tutto il corpo poggiato su quel gomito, attende con la pazienza tipica dell’età che io gli dia retta.
Mi avvicino cauta a lui, preimpostando il sorriso da commessa-gentile-a-tutti-i-costi-VERSUS-cliente-prossimo-a-rompere-le-balle. Perché glielo leggo in faccia che, nonostante i modi bonari, è ciò che sta per fare.
“Mi presento, io sono…”, esordisce.
Allibisco, sinceramente stupita. Ho davanti un’istituzione della letteratura italiana contemporanea.
“Onoratissima!”, rispondo un po’ goffa. Ma lui apprezza il mio entusiasmo e mi ringrazia, stringendomi la mano.
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“Lei lo sa, signorina, che un libro che non si vede è un libro che non esiste?”, mi chiede. Che modo incredibilmente poetico di prenderla larga, la polemica. “E io qui giro, giro, ma il mio libro non lo vedo mica”.
Appunto. Vagli a spiegare che “Guappo e altri animali” il primo giorno era una novità e stava in pole position, il sesto già diventava carta da catalogo rintanata sullo scaffale, il settimo riposava fra le rese in magazzino e il resto sarà storia della letteratura, almeno nel suo caso.
Lui invece, ignaro di tutto questo, lo metterebbe qui, lì, laggiù, ovunque.
Ah, l’autore: incantato, illuso, incorruttibile libraio di se stesso.
Silvia Ianniello
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