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Nel tempo dell'inganno universale...
dire la verità è un atto rivoluzionario!

Mercoledì 5 settembre 2007, N° 26, pagina 5

ControRete :: Licenziato col GPS


Si può licenziare un lavoratore che ha il vizietto di lasciare in anticipo il luogo di lavoro sfruttando le tracce che il GPS del suo cellulare lascia sui suoi spostamenti? A questa domanda sta cercando una risposta l'opinione pubblica statunitense dopo la dura sentenza emessa da un giudice ai danni di un falegname newyorkese. John Halpin, supervisor di un team di carpentieri stipendiati dal New York Department of Education, ha subìto un processo amministrativo per essersi allontanato dal lavoro senza giustificazioni in ben 83 occasioni - nel periodo compreso tra il 2 marzo e il 9 agosto 2006. Il giudice Tynia Richard ha ritenuto ammissibili i dati raccolti dall'ente datore di lavoro tramite il cellulare aziendale GPS. Un terminale che era stato distribuito ad ogni dipendente nel 2005, senza che però venisse evidenziato loro quali fosse le possibilità di tracciamento che l'ente avrebbe potuto mettere in campo. Halpin, a suo dire, aveva accettato il cellulare perché disponeva di un gran numero di funzioni utili come ad esempio il "push-to-talk". Come riporta il NewYorkPost - che ha seguito la vicenda - il giovane carpentiere non era a conoscenza della possibilità di

essere "pedinato". Malgrado questo, il giudice Richard ha sostenuto il pieno diritto del Department of Education di non informare i propri dipendenti sui metodi utilizzati per scovare comportamenti illegali. "L'intento del dipartimento era quello di determinare gli spostamenti dei suoi supervisor sul campo", ha sottolineato Richard. Secondo Rachel Minter, avvocato specializzato in cause di lavoro, i casi di questo genere sono pochissimi e certamente la legge non sembra essere ancora al passo con i problemi posti dalle nuove tecnologie. "Si tratta di un caso davvero interessante, soprattutto perché riguarda questioni all'avanguardia", ha dichiarato Minter. Insomma, sebbene Halpin continui a difendersi dietro il diritto alla privacy, l'accusa ha ribadito che il professionista era pagato 300 dollari al giorno per lavorare un numero di ore ben precise. Halpin, al momento, è stato sospeso da ogni attività. Aspetta l'ultima parola del Direttore del Department of Education Joel Klein, che deciderà se confermare o meno l'indicazione del giudice.

Dario D'Elia, tratto da Punto Informatico





SOMMARIO
pag.1
ControPolitica :: Il fascismo è un venticello
Cosa succede alla Malatempora

pag.2
ControPolitica :: Bush piange sulla spalla di Dio
ControCultura :: Fate la carità...

pag.3
Calcinculo: Il pallone è mio...
Bloggers: Stampa rassegnata

pag.4
Vita da libraia
Libri sì, Libri no
Ribelli :: Engragés


Tratto da 'Ribelli dal 1000 al 2000' di Marco Sommariva
La memorabile impresa del pensiero illuminista culmina nella Rivoluzione francese alla fine del XVIII secolo. Tra i tanti gruppi che infiammano la vita pubblica parigina sino alla presa del potere da parte dei giacobini, c’è anche il piccolo movimento degli enragés (arrabbiati). Storicamente il posto degli enragès non è di primo piano, ma la polemica messa in scena contro i giacobini non è trascurabile. Il loro teatro d’azione è la Parigi rivoluzionaria del 1793 e il periodo va da febbraio a settembre. Più a sinistra dei giacobini, portavoce delle classi popolari, nemici della borghesia, gli “arrabbiati” criticano aspramente la piega autoritaria e terroristica che sta prendendo la rivoluzione. Questo succede nonostante essi stessi abbiano, di fatto, contribuito a creare quel clima repressivo e poliziesco. Si sono resi conto che c’è alle porte un nuovo dominio di classe. Uno dei leaders di questa corrente è Jacques René Hébert, direttore del giornale popolare Père Duchesne – in precedenza ostile agli “arrabbiati”. Il giornale, sulla borghesia, scrive: “Questi fottuti negozianti non hanno patria. Finché hanno creduto che la rivoluzione sarebbe stata loro utile, l’hanno sostenuta; hanno dato una mano ai sanculotti per distruggere la nobiltà e i parlamenti, ma era per mettersi al posto degli aristocratici”. Altri leaders sono l’ex prete Jacques Roux, l’impiegato postale della periferia parigina Jean Varlet e la bella attrice Claire Lacombe. Sono loro a guidare l’opposizione anarcheggiante al terrore di stato. L’anarchia degli enragés – afferma Brissot, girondino, sostenitore del movimento politico di tendenza moderata – consiste in “leggi non tradotte in effetto, autorità prive di forza e disprezzate, il delitto impunito, la proprietà minacciata, la sicurezza dell’individuo violata, la moralità del popolo corrotta, nessuna costituzione, nessun governo, nessuna giustizia”.


Nel 1793 gli enragés chiedono di organizzare lo scambio dei prodotti al prezzo di costo. Nello stesso anno – il 17 settembre – la Convenzione Nazionale vota la Legge dei sospetti, che dà dei sospetti stessi una definizione talmente vasta ed ambigua da far considerare tale data come l’inizio del periodo del Grande Terrore. Tra le tante definizioni, la Legge ritiene sospetti tutti gli individui che per condotta, relazioni, atteggiamenti, opinioni verbali o scritte si dimostrano nemici della Rivoluzione e della libertà. Ovviamente, una tale definizione si presta ad ogni abuso da parte dei “custodi della Rivoluzione”: basta essere antipatici per essere dichiarati sospetti. Questa legge, rimasta in vigore per circa un anno, porta all’arresto di mezzo milione di persone. I membri del gruppo degli enragés sono fra i perseguitati. Roux – che non vede il popolo correre in suo aiuto – si uccide per sfuggire alla ghigliottina. Il pittoresco oratore di strada Varlet viene imprigionato, ma sopravvive all’epurazione. Incarcerato, dichiara: “Dal re al comitato: abbiamo solo cambiato vestito”. Alcuni anni dopo pubblica il primo manifesto anarchico dell’Europa continentale (Explosion), dove scrive: “Che mostruosità sociale (..) è in realtà questo governo rivoluzionario! Per qualsiasi essere raziocinante, governo e rivoluzione sono incompatibili”. La critica degli “arrabbiati” al “governo rivoluzionario” è proprio questa: può un governo essere rivoluzionario? E ancora: è possibile e giusto arrivare alla libertà per mezzo di una dittatura? Gli enragés sono concordi nel respingere la concezione giacobina dell’autorità statale, affermano la necessità di un’azione diretta da parte del popolo e vedono in misure economiche comunistiche, più che nell’azione politica, un modo di porre fine alle sofferenze dei poveri. Se il gruppo degli enragés non è ricordato per il peso avuto nella lotta politica di quegli anni, lo deve essere per il tono della polemica condotta nei confronti dei giacobini.



Hanno collaborato: Angelo Quattrocchi, Stefano Marsiglia, Letizia Rosati, Silvia Ianniello, Gabriele De Luca



A tutti voi dall'altra parte del monitor:
Arrivederci a mercoledì prossimo