Entra in libreria un uomo di mezza età, dall’aspetto trasandato
e l’espressione corrucciata. Si guarda intorno con scarso interesse, ma ogni cosa pare irritarlo.
Cammina sbilencando da un lato, poi dall’altro, e ad ogni passo sembra che cada.
S’imbosca nell’altra sala, lo perdo di vista. Decido di seguirlo: m’incuriosisce e insieme
m’insospettisce la sua figura. Lo trovo con un libro in mano: lo sta analizzando attentamente,
scientificamente oserei dire, visto che ha cacciato dalla tasca persino la lente d’ingrandimento.
Si tratta di “Ho 12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa”, un’inutile sottospecie di
saggio, un collage d’informazioni, dialoghi, commenti postati sui blog,
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che dovrebbe chiarire il
fenomeno delle lolite che ballano in discoteca mentre i loro bulli le filmano col telefonino. Trattengo un improvviso sgomento pensando di avere di fronte un novello pedofilo che si documenta per diventare leggendario come l’Humbert Humbert nabokoviano. Svio il pensiero e guardo il mio uomo da un’altra angolazione: uno scienziato della parola che cerca di rinvenire il senso di quanto indaga. Ma a giudicare dalla delusione con cui ripone il libro non c’è affatto riuscito. Come biasimarlo? Per trovare il significato di certi libri, magari bastasse la lente d’ingrandimento!
Silvia Ianniello
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