Con il campionato fermo e i campioni in vacanza (unici in Europa ad aver ferie così lunghe, a parte i paesi in cui ci si ferma per l'inverno troppo rigido) sui quotidiani sportivi infuriano gli 'sgùb' sul calciomercato. Ronaldinho e Zambrotta al Milan, Messi al Napoli (!), Mutu alla Roma, Ronaldo al Flamengo l'Inter pronta a tirar fuori soldoni e assi dalla manica del sempre munifico presidente Moratti... Tutte balle, come nella maggior parte dei casi quando si parla di calcio mercato. L'unica squadra che sicuramente comprerà qualcuno è l'Inter, cui serve un centrocampista possibilmente senza svenarsi. Le altre resteranno così come sono, al massimo qualche piccolo ritocco e qualche cessione per sfoltire la rosa. Come mai, dopo anni di spendi e spandi? Semplice, le squadre italiane non hanno più una lira o quasi, sicuramente c'è un gap enorme con gli squadroni esteri. Perché? In primo luogo per i debiti, ridotti in parte ma sempre presenti nei bilanci di serie A. Paradossalmente la squadra più indebitata è anche quella che spende di più (Inter), grazie a un presidente che stacca assegni a destra e sinistra, indifferentemente verso
banche e procuratori. Da non sottovalutare poi, sempre escludendo l'Inter, la scomparsa di 'grossi investitori'
nel calcio nostrano: Berlusconi tempo fa sentenziò che il Milan avrebbe dovuto camminare –
finanziariamente parlando – sulle sue gambe e dimenticare i fasti passati;
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la famiglia Agnelli
non spende nella Juve da lustri; la famiglia
Sensi ha svenduto mezzo patrimonio di famiglia per salvare la Roma; Lotito è tirchio e via dicendo. Esattamente l'opposto di quello che succede all'estero, dove i grandi club sembrano attingere a casse praticamente senza fondo. Come mai questa disparità? Nel caso delle squadre inglesi tutto si spiega leggendo i nomi dei proprietari: magnati dai quattro angoli del globo tra cui anche Briatore proprietario in società con Bernie Eccelestone del glorioso Queen's Park Rangers. Tuttavia, vale per Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco, tre delle più grandi di tutti i tempi, c'è anche un'altra strada: l'azionariato popolare, tifosi proprietari e club amministrati da professionisti eletti (e quindi anche licenziabili) dagli stessi appassionati. Per uno strano scherzo del caso la Roma ha rischiato di diventare la prima squadra italiana sia di proprietà di un grosso gruppo estero (la Nafta Mosca), sia gestita ad azionariato popolare, grazie a una proposta del quotidiano Il Romanista. Se questa cadde nel vuoto, nonostante l'entusiasmo dei tifosi, la trattativa di Sensi con i russi fu osteggiata in tutti i modi dai potentati pallonari ma non solo, con tanto di blitz delle fiamme gialle amiche di Moggi a Trigoria poche ore prima la firma dell'accordo definitivo. Per la serie, teniamoci il calcio dei debiti, tanto paga Pantalone.
Stefano Marsiglia
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