Avevamo pensato di farci un libro, come vi diceva Angelo un paio di settimane fa, e non stiamo a dirvi perché poi abbiamo rinunciato. Però sulle proteste e minacce di boicottaggio di questi giorni qualcosa da dire ci scappa. Di ragioni per boicottare e protestare contro la Cina ce ne sono a bizzeffe: dall'inflazionatissimo Tibet (un'occupazione terribile, ma avete mai pensato che una volta il Tibet era una teocrazia assoluta tenuta su da monaci oscurantisti e pedofili?) all'inquinamento inenarrabile, che se non lo vedi non ci credi, passando per lo sfruttamento dei lavoratori (anche se in questo senso liggiù stanno facendo passi da gigante). Tuttavia tutto il bailamme di questi giorni ci sa tanto di finzione scenica. È noto a tutti come in Occidente si guardi con timore all'ascesa di Pechino, che minaccia da molto vicino le grandi potenze occidentali: contrastare la Cina sul piano della produzione è impensabile, su
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quello militare idem, l'unico modo per attaccare il celeste impero è sul piano dell'immagine, e quale occasione migliore dei Giochi? Un boicottaggio in grande stile però – tipo Mosca '80 o LA '84 – non è praticabile: per gli sponsor i primis, tutte multinazionali occidentali che già hanno investito pacchi e pacchi di miliardi. Ma anche per un altro motivo, altrettanto prosaico ma ben più inquietante: le riserve finanziarie della Cina, una quantità di dollari spropositata, grazie alla quale Hu Hintao potrebbe mettere in ginocchio gli USA in un battere di ciglia. Per questo azioni eclatanti sono inconcepibili, piccoli 'dispettucci' però sicuramente graditi. Per questo le proteste di questi giorni ci sembrano tanto – con tutto il rispetto per chi va in piazza a prendere le botte, una manovra pilotata dall'alto.
Stefano Marsiglia
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