Ogni qual volta chiudo l’ultima pagina di un bel libro, sento come un tumulto di rabbia, il desiderio che quelle pagine non siano finite, il bisogno cerebrale e fisiologico di passare ancora del tempo con il mio protagonista, sia esso Dorian, frate Guglielmo o Humbert.
Bene, un paio di giorni fa, arrivando in fondo al Firmino di Sam Savage, tutto ciò non è successo. La storia di questo ratto che inizia mangiando libri e finisce con il leggerli, non fa presa e appassiona poco: ci sono almeno un paio di buone idee, certo, poco sviluppate e che potevano essere scritte (o tradotte) molto meglio, ma il libro si ferma lì.
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Il finale, forse, potrà suscitare la commozione di qualche lettore poco abituato alle opere di grandissimo valore, ma, onestamente, è tra i più prevedibili mai letti.
Non dico che sia un libro orrendo o poco piacevole, anzi, scorre bene e non è affatto ostico, però viene istintivo domandarmi: se Firmino ha vinto i maggiori premi letterari per esordienti, quanto dovremo aspettare per avere un autore che oggi, come accadeva più spesso una volta, ci faccia tremare di piacere con poche parole su un foglio bianco?
Nino Cellizza
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