Son tornata. Allora vado. Ché per tornare c'è sempre tempo, per andare c'è un tempo solo.
Vado, prendo congedo dai luminosi scaffali, dalle vetrine, dalle copertine gialle, da quelle nere, dalle classifiche inerti. Perché se una rosa, anche a chiamarla calzino, rutto, tazzina resta pur sempre una rosa, una libraia non è mica condannata a morire libraia invece che impiegata statale, fattucchiera, o conducente di autobus. Già mi immagino elegante, composta e grigia, entrare al ministero con la borsa abbinata alle scarpe, oppure in vestaglia a fiori, i capelli arruffati e le unghie rosse e lunghe, a pronunciare fatali macumbe a pagamento, o ancora incastrata e oscenamente virile nella camicia azzurra mentre guido un tram.
Certamente però, se mi venisse voglia, ogni tanto, di farmi un giro in libreria, mi concederei la turpe debolezza di riordinare i libri fuori posto e di controllarne l'ordine alfabetico sulle mensole. Perché i vizi di forma, si sa, sono duri a morire.
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Allora vado, mi diparto con immane contrizione dai pariolini di Moccia, fedeli destinatari delle mie turpiloquianti invettive, e dai vampiretti astemi della Meyer, supremi esempi di vita, o di morte, non è ancora chiaro agli studiosi. Li porterò sempre nel mio cuore, se così è conveniente chiamarlo. Saluto i best seller costruiti dalla stampa, quelli santificati dal passaparola e quelli che sono passati alla miglior vita dell'edizione tascabile.
Vado io, e loro li lascio qui, perché ora, tra vendere un libro e vendere un chilo di filone ternano, preferisco la seconda opzione. E tra vendere un libro e scriverlo, pure. Allora quasi quasi salto la barricata e finisco dall'altra parte.
Ma voi pregate per me, ché la mia opera prima non finisca, un giorno funesto, tra le mani di qualche libraia vagamente roscia e nettamente acida che si diverta a tenere rubriche di libri online, per passare il tempo.
Silvia Ianniello
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